Negli ultimi giorni sono apparsi sui social network contenuti di grande impatto che parlano di una presunta “mini-patrimoniale” sui fondi pensione. Si sa, i post sono scritti per catturare l’attenzione e, complici alcune immagini decisamente ironiche rimbalzate sul web, con tanto di vampiri pronti a “succhiare” i risparmi di una vita , si è comprensibilmente diffusa un po’ di apprensione.
Questa confusione ha bussato direttamente ai nostri canali di contatto, trasformando il dibattito in dubbi concreti: “Quanto mi viene prelevato dal fondo? È una tassa mensile o annuale?”.
Niente panico. Non c’è nessuna nuova tassa e non ci saranno prelievi da parte del fisco sulle posizioni individuali.
Cosa sta succedendo allora? Cerchiamo di capirlo insieme.

Un cambio di regole, non una nuova tassa
La novità non riguarda una tassa dello Stato, ma il contributo di vigilanza che i fondi pensione in Italia versano da sempre alla COVIP (la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione), l’autorità pubblica che vigila sull’operato dei fondi pensione. In pratica, sono le risorse che servono a finanziare l’organismo che tutela il risparmio previdenziale.
Fino allo scorso anno, la legge prevedeva che ogni fondo pagasse alla COVIP lo 0,5 per mille dei contributi versati dalle persone e dalle aziende. Il recente Decreto PNRR ha cambiato la modalità di calcolo a partire da quest’anno: l’aliquota si riduce allo 0,06 per mille (c’è uno zero in più dopo la virgola!) ma viene applicata sull’intero patrimonio gestito dal fondo.
Ed è proprio da questo cambio di “parolina” – da “contributi dell’anno” a “patrimonio” – che si è creata la confusione.
Una questione di equità
Sulla questione è intervenuto direttamente Mario Pepe, Presidente della COVIP, in un’intervista rilasciata a Milano Finanza qualche giorno fa. Pepe ha spiegato che questo provvedimento introduce un principio di maggiore equità nella previdenza complementare.
Fino a oggi, infatti, i grandi “fondi preesistenti” del settore bancario e assicurativo non versavano quasi nulla all’autorità di controllo poiché privi di nuovi flussi di contributi. Il peso preponderante del funzionamento della Commissione ricadeva così su tutti gli altri fondi: dai fondi aperti bancari ai PIP assicurativi, fino ai fondi “contrattuali” di categoria o territoriali, come Solidarietà Veneto.
Spostando il calcolo sul patrimonio complessivo, la riforma redistribuisce lo sforzo economico tra tutte le realtà del settore.
Per Solidarietà Veneto l’effetto della novità è marginale, proprio grazie all’equilibrio della tra risorse accumulate e nuovi versamenti.
Cosa succede, quindi, a quanto accumulato?
Torniamo alla domanda: “Quanto mi tolgono da quello che ho accumulato nel fondo?”
La risposta è semplice: nessuno toglie nulla.
Questo contributo non è un’imposta di bollo o una tassa che viene scalata direttamente dal “salvadanaio” previdenziale delle persone associate.
Si tratta di uno dei costi di funzionamento amministrativo del fondo, esattamente come gli stipendi del personale, le spese per la tipografia, o i costi dei servizi informatici. Nella “scheda costi” ciascun fondo è tenuto a indicare le modalità di finanziamento delle diverse voci di costo.
Nello stesso documento, è pubblicato anche l’ISC – Indicatore Sintetico dei Costi, che stima l’impatto complessivo dei costi sul rendimento.
È proprio qui che emerge uno dei punti di forza dei fondi come Solidarietà Veneto: l’ISC dei fondi contrattuali e territoriali è infatti tra i più bassi del mercato.
La “mini-patrimoniale” sui fondi pensione, se guardata da vicino e spiegata con trasparenza, si rivela per quello che è: una modifica tecnica, di portata tra l’altro molto limitata per il bilancio del Fondo territoriale.
Certo, come associazione senza scopo di lucro, non facciamo i “salti di gioia” quando vengono incrementati i costi a carico della struttura, ma in questo caso la dimensione della variazione è modesta e si è potuto assorbirla attraverso l’efficientamento della gestione.
Concludendo, quando leggiamo informazioni allarmistiche sul futuro previdenziale, non è il caso di fermarsi all’indignazione da social network.
La cosa migliora da fare è attivarsi chiedendo informazioni direttamente al Fondo, consultare il sito o chiamarci: la trasparenza è il miglior rimedio contro le ombre della disinformazione.