Giuseppina e il rendimento perduto. Parte prima.

Riprendiamo un caso (reale, ma che rendiamo volutamente generico) che ci ha posto un’iscritta qualche settimana fa. Crediamo possa costituire un utile spunto per molti altri aderenti.

Rendimenti e tassazione

Giuseppina, questo il nome dell’associata, nell’autunno 2011 aveva investito 10.000 € in titoli di stato italiani a scadenza 3 anni. Eravamo nel “vortice” della crisi “spread”. Il BTP decennale italiano rendeva, alla fine di novembre 2011, pressappoco il 7% annuo lordo; il BTP scelto da Giuseppina (scadenza circa 3 anni) sfiorava addirittura l’8% annuo lordo.

Il titolo acquistato a suo tempo ha consentito a Giuseppina di beneficiare, per tre anni, di un rendimento davvero significativo. Il titolo sottoscritto è giunto a scadenza proprio in queste settimane e Giuseppina viene contattata dal consulente bancario di fiducia, il quale le rappresenta una situazione, quella attuale, diametralmente opposta a quella del 2011: il BTP decennale ora rende meno del 2,50% lordo. Il triennale rende addirittura meno dell’1% lordo.

Una prospettiva complicata, ma non sorprendente, per chi segue Solidarietà Veneto Notizie dove, da mesi, rileviamo il problema della carenza di rendimento degli asset obbligazionari, soprattutto quelli considerati privi di rischio o a rischio comunque contenuto.

In questo scenario diventa importante conoscere bene il livello di tassazione dei rendimenti. Il 12,5% previsto per i titoli di stato riduce il rendimento annuo del BTP decennale a poco meno di circa il 2,20%: tasso contenuto ma comunque superiore all’inflazione (almeno quella odierna).

Le alternative a disposizione

Giuseppina peraltro non è particolarmente interessata ad un investimento ad orizzonte temporale 10 anni: vi sono infatti rischi legati alla volatilità del prezzo del titolo. Potrebbero esserci difficoltà, nel caso di bisogno, a farsi liquidare l’investimento prima della scadenza monetizzando i rendimenti ipotizzati in fase di sottoscrizione. L’iscritta evidenzia inoltre una certa preoccupazione soprattutto se l’investimento si concentra su un unico emittente.

Un ragionamento che vale in generale (importanza della diversificazione), ma che deriva anche dalla “buona memoria” di Giuseppina: l’Italia, tre anni, fa soffriva drammaticamente la speculazione internazionale. Da questo punto di vista, concordando con lei, osserviamo che, in un contesto di scenari rischiosi e tassi bassi come quello attuale, la necessità di diversificare ci pare in effetti fin troppo sottovalutata.

Tenendo conto di questi presupposti il consulente propone tre diverse alternative, ciascuna delle quali presenta dei pro e dei contro. Vediamoli.

1. BTP 3 anni
Rendimento annuo lordo: 0,70%, tassazione 12,5%.
Rendimento annuo (netto costi e fiscalità): 0,60%.
Osservazioni: fermo restando il tema della concentrazione dell’investimento su di un unico emittente, la questione della volatilità del prezzo del titolo è certamente mitigata dalla minor durata dell’investimento (3 anni). Il limite resta quello del rendimento che certamente non è entusiasmante. Occorre tener presente che la gestione dello strumento presenta costi di negoziazione, di tenuta dossier, di legge (bolli, ecc.).

2. Obbligazione pari scadenza (3 anni)
Emessa dalla banca stessa. rendimento annuo lordo: 2,50%, tassazione 26%.
Rendimento annuo (netto costi e fiscalità) 1,80%.
Osservazioni: la proposta, in termini di rendimento, è più accattivante: il tasso offerto è superiore a quello del titolo di stato (ma attenzione al rischio sotteso a strumenti che offrono rendimenti molto più elevati). Occorre a questo punto fare i conti con la fiscalità: sul rendimento dell’obbligazione bancaria grava l’aliquota del 26% (dal 1 luglio 2014), invece che del 12,5% previsto per i titoli di stato. Considerando anche in questo caso costi di gestione dello strumento (negoziazione, tenuta dossier, di legge, ecc.) giungiamo ad un rendimento annuo netto che potrebbe indicativamente essere pari all’1,80%. Resta inoltre immutata la questione del rischio legato alla concentrazione dell’investimento su di un unico emittente che, tra l’altro, essendo privato , non beneficia degli stessi livelli di garanzia caratterizzanti l’ente pubblico.

3. Fondo obbligazionario
Rendimento annuo lordo (ipotizzato) 1,0%, tassazione 26%.
Rendimento annuo (netto costi e fiscalità) 0,35%.
Osservazioni: il prodotto, per il quale è consigliato un periodo di investimento di 3 anni, investe in emissioni (prevalentemente di stato, ma anche di emittenti privati) dell’area euro. I rendimenti attesi si possono solo stimare: poiché derivano dal mix di titoli in portafoglio, possiamo immaginare (ottimisticamente) che si attestino su di un 1% lordo. La tassazione dei rendimenti è sempre pari al 26%.
L’investimento, in questo caso, offre il pregio della diversificazione. E’ senz’altro un valore aggiunto da non sottovalutare, ma che presenta un costo significativo (che non troviamo nelle altre ipotesi di investimento). Non è infatti inusuale trovare Fondi obbligazionari i cui costi di gestione annui siano pari all’1%. Un carico che, nell’esempio, finirebbe per dimezzare il rendimento lordo, lasciando al risparmiatore (al netto della fiscalità), un risicato 0,35% circa.

Il “dilemma” di Giuseppina

Giuseppina ha “fotografato” la situazione: vorrebbe investire a 3 anni, cercando rendimenti dignitosi, possibilmente diversificando (senza per questo dover “bruciare” in costi metà del rendimento), e ottimizzando altresì la gestione fiscale evitando che influisca anch’essa in modo pesante sul rendimento netto.

Non riesce però a scegliere e ci chiama per capire se, in qualche modo il Fondo Pensione, può costituire un’ulteriore alternativa per l’investimento dei 10.000 €, rispetto alle tre precedenti.

Proveremo a risponderle nella prossima “puntata“. Continua a seguirci!

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